Sono ancora ferma su poche, pochissime convinzioni,
condizioni, convenzioni che vedo tramontare come in questo periodo in cui il
buio si avvicenda presto, nell’apice di quello che potrebbe essere lo splendore
del dì. 73.4. Schifo.
Sono l'anima che traspare dal mio corpo. Sono l'atto della potenza di me. Sono ciò che sono. Sono ciò che vorrei diventare.
Sono ancora ferma su poche, pochissime convinzioni,
condizioni, convenzioni che vedo tramontare come in questo periodo in cui il
buio si avvicenda presto, nell’apice di quello che potrebbe essere lo splendore
del dì.
Da me
Se ad ogni ritorno mi batterà il cuore non avrò più pietà per me stessa. Riconosco ancora il mio volto ora senza capelli. Rasarli per sentire la testa leggera. Pentirsi solo per paura di essere più visibile, più leggibile, più... Non se stessa.
Tremano le mani e dentro so che dovrei arrendermi al non piacere, ma lottare duramente per me stessa. Mi sono scavata la fossa dove vivo ormai in posizione fetale, pregando il cielo che non piova solo acqua, ma terra per essere sommersa e poter vedere finalmente la carne, che mi avvolge, imputridirsi.
Non ho più altri modi per odiarmi se non rendermi ridicola agli occhi del pubblico ben pensante.
Nessuno può salvarmi vero?
E guardo foto, e immagino parole,
lontane nelle ore notturne si perdono. Le stronzate dette, le risate sguaiate e
l’alcol, e le sigarette condivise, nascoste da probabili occhi indiscreti. Io
non sono lì.Sparire. Poi nient'altro. Evitare di entrare in un tunnel e trovare il buio di se stessi che imbratta delle pareti illo tepore immacolate. È terribile. Sono al punto di partenza. Sparisco.
Ma tornerò, lo giuro.
Dolce sogno attanaglia questa serva.
Colleziono dolori e
sconfitte, essa è così grande è occupa tutti gli anfratti più nascosti del mio
cuore, e tutta la collezione, infiniti scaffali scendono fino allo stomaco e
irradiano il mio cervello, sebbene io abbia conosciuto poco la vita e debba
ancora camminare tanto su questa strada impervia.
Vorrei solo spostarmi sui baratri interiori, lanciarmi nel vuoto e far dissolvere le mie ossa marcite sotto il grasso tutte le paure che le scuotono. Il midollo si scioglie dopo ogni singolo boccone, e l'anima scarnificata piange la sua rigogliosa concavità vuota. Visibili al di là di ogni anfratto sono gli spiragli di vento, che stanchi trascinano desideri. Tutti spezzati, tutti da aggiustare, ma il loro fabbricante è morto. Ora sa solo creare nubi di cenere e polvere, nella sua bara.
Ma che rumore meraviglioso fa un tuono, e quelle gocce che ticchettano sulla finestra?
Sono sfinita, e ieri ho concluso il ciclo di cinque anni scolastici che mi hanno prosciugato l'anima. Cosa è rimasto? Nulla, un 15/15 alla prova di italiano. Eppure in quel labirinto io ci vivo.
Dopo l'orale, è venuta S. e siamo andate in una pineta che si trova su una collina poco distante dalla mia cittadina, da lì, nella frescura degli alberi, si stagliava un mare blu immenso e abbiamo sognato di andare via insieme. Ma non credo che nessun luogo potrà mai accoglierci, siamo così girovaghe, anche l'una nei confronti dell'altra. Però restiamo insieme, perchè sappiamo che noi stesse siamo la nostra dimora. E quando tutto questo passerà, se passerà non sarà che una casa diroccata, piena di amore antico.
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