domenica 31 luglio 2011

]*, Dolore ,*[

    Il 
      Dolore 
            è un piacere indimenticabile



Pà: "Giù, per favore, oggi mangia, anche se non ci siamo noi. Per favore, ti è tornato anche il ciclo, non puoi andare cascando per casa."                                Giù finge di dormire
Pà: "Devo prepararti qualcosa e la lascio in frigo?"
Giù finge di dormire e scuote la testa.
Pà: si avvicina al letto e sfiora la testa "Non fare la testarda. Noi andiamo, buona domenica."
 

Ma che Domenica strana, con il dolore lancinate del ciclo che non mi abbandona, e la sazietà provocata de un solo biscotto, smangiucchiato tanto per far vedere che sai ancora masticare. 
Una Domenica passata a casa. Con un sole alto e le persiane abbassate.
Chiusa nel mio letto in penombra fisso in malo modo la porta, e sento la cucina che mi chiama. Non ho fame, ma quando inizio a pensare al cibo allora, secondo la mia testa dovrei anche iniziare a mangiare. E a sentirmi in colpa.

Con questo dolore so che dentro me qualcosa si sta rinnovando, e spero che sarà più puro di ciò che c'era prima.


*Vi voglio ringraziare Girls, è un dovere, per i vostri commenti sempre così gentili e pieni di riflessione.* ♥ Love

sabato 30 luglio 2011

#=/ Dimmi che vuoi diventare/=#

" Oh deliziosa delizia e incanto. Era piacere impiacentito e divenuto carne. Come piume di un raro metallo spumato, o come vino d'argento versato in nave spaziale. Addio forza di gravità, mentre slusciavo... quali visioni incantevoli! "
                                                                        Alexander DeLarge





Pà: " Cosa pensi di diventare se non mangi? Sarai un'anoressica a vita? Vuoi rovinare me e tua madre? Vuoi rovinare te stessa?! Non te lo permetterò, sappilo."
Giù: "... Migliore..."
Pà: "Dimmi che cosa vuoi diventare?...Migliore... Credi, non sarai migliore non mangiando. Non sarai, non mangiando. E' durata troppo a lungo questa storia."


Sarò migliore, e tu non potrai fare nulla. 
Sarò tutto ciò che vorrò essere.                          
Sarò me stessa, non essendo me.
Sarò tutto ciò che vorrò non essere.



                                                                                    Beh, io me ne vado via! Non mi rivedrete mai più qua! Me la cavo da solo! Vi ringrazio molto, e che vi pesi sempre sulla coscienza!  
                                                              Alexander DeLarge ai suoi genitori


Cosa potrò essere? Cosa voglio diventare?
Ora non lo so nemmeno io. 
Pochi obbiettivi, uno reale.


                                                                                        Io voglio essere buono. Voglio essere, per il resto della mia vita, solamente un atto di bontà. 
                                                        Alexander DeLarge



Ma quanto male può fati il mondo, se non riesce ad accettarti nè per ciò che sei, nè per ciò che vorresti essere.
Chi è l'ipocrita ora?


È buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo. 
               Alexander DeLarge       




















Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pit, Georgie e Dim. Eravamo seduti nel Korova milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova milkbar vende " latte+ ", cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quel che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all'esercizio dell'amata ultraviolenza. 
                 Alexander DeLarge 












A Clockwork Orange

Regia: Stanley Kubrick
Alexander DeLarge: Malcolm McDowell







Un Grande Film...

giovedì 28 luglio 2011

=/* Cuore */=

            "Tu sei il mio cuore.

Potrei vivere senza il mio cuore?"

 

 

Il Cuore è solo un fottuto organo.

            Ma ha il potere della Morte.

 

"Tu sei il mio Cuore.

Potrei vivere, senza la mia Morte?" 


mercoledì 27 luglio 2011

*/Distruzione/*


                                   Distruzione.



Fermate il mio cuore. Mi batte forte nel petto. Io non lo sopporto più. Adesso asciugatemi gli occhi. Piangono lacrime di illusione. Di piena tristezza. Lui non mi ama. Me lo ha detto con gli occhi bassi e tremolanti, quando in una fugace confessione, mi disse di essersi innamorato, nuovamente. Bruciate il mio corpo inutile. Non è buono a nulla. Estirpate via la mia mente. Converge solo in parole vuote di pensieri scialbi. Questo frastuono che mi si agita dentro è solo colpa tua. Tua e delle tue inutili parole. Gridare il tuo nome ora sarebbe solo un sacrilegio. Una bestemmia. Eppure riecheggia nella mia mente, come una solitaria voce nelle gole di un monte occupato dall’unica presenza di un eco fastidioso. Mi stai rovinando l’esistenza. Maledetto il giorno in cui le nostre vite entrarono in collisione e si legarono. Potessi scindere quel patto stretto con il destino su cui era scritto con il sangue il nostro incontro lo farei. Venderei i miei occhi affinché non ti veda più. Il mio fegato così da risparmiargli un veleno atroce. Solo ora mi rendo conto quanta furia sta nascendo da quelle illusioni di tempi passati, dove un futuro roseo mi faceva già pregustare una vittoria. Il sapore della sconfitta mi gratifica. Perché sapevo che erano solo fantasie. Smetterò di mangiare. Di dormire. Se sarà necessario di bere. Se ciò può portare alla distruzione totale di questo me stesso che ormai è solo un mucchio di carne che piano piano marcisce. Sempre di più. Non ho voglia di alzare la testa e combattere. Non ne sento il bisogno. Non ne vedo la necessità. Voglio abbandonarmi ad una vita sordida e sporca. In cui miro solo alla distruzione. Distruggere gli altri è inutile, perché prima o poi tutti ci distruggiamo, con il passare del tempo. Io voglio gustarmi la distruzione di me stesso. Godendomi ogni singolo pezzo che cade, ogni singola lacrima, ogni singolo spasmo di dolore. Voglio gioire delle mie sofferenze. Voglio negare qualsiasi piacere al mio corpo. Voglio sentirmi vivo nel dolore di farlo. Voglio decadere. Come una casa abbandonata, voglio lasciarmi andare. E finalmente sotto le intemperie crollare. E non rinascere mai.
 Mi nutrirò solo di brividi di paura, e berrò solo ansia liquida. Mi librerò sopra le sofferenze dell’anima e giocherò con le mie paure. Ti farò assistere, come muto spettatore, allo scempio di una distruzione di vita umana. Tu che ami giocare con gli altri. Ti fornirò un valido passatempo da poter distruggere a tuo piacimento. Spero tu ti diverta nel vedermi decadere. Spero che tu possa trovare la pace nelle mie sofferenze. Spero tu mi porta sulla coscienza per il resto della tua insulsa vita.  Ti prenderò sul serio rendendomi ridicolo. Vestirò la tua anima mostrandomi nudo. Mangerò i tuoi manicaretti vomitandoli. Renderò la tua vita un inferno nel mio paradiso. Ti farò acclamare facendomi odiare. Mi prostrerò ai tuoi piedi perché tu possa risplendere di buio.
Come hai potuto credere nelle tue stupide parole? Con quale arroganza osi ancora chiamarmi o pronunciare il mio nome? Tu che hai tutto il potere di decidere e io che ho tutta l’impotenza di guardare. Dovrei vergognarmi di te stesso. Dovrei sotterrare tutti i tuoi sogni. Ma perché allora resti nei miei? Mi fai dire cose senza senso. Mi hai contagiato con le tue zecche di ipocrisia. Fai parte di una partita chiusa, facendomi giocare un ruolo morto. Pretendi il mio completo appoggio e mi usi per i più squallidi dei trucchetti. Partirei se potessi. E farei perdere le mie tracce solo per vedere la tua reazione. Morirei per vedere i tuoi atteggiamenti di fronte alla mia bara. Di fronte alla mia immobilità di cadavere. Vorrei diventare un fantasma solo per perseguitarti. Per farti provare più dolore di quanto tu già non provi. Odio la tua vita, tanto quanto tu odi la mia. E penso che ti farò vincere, solo per il gusto di perdere. Quanti segreti posso svelare solo tacendo, e quanti gesti posso tacere parlando. Anche se tu sei sempre stato il più forte, io sono debole nella mia intelligenza malata. Non funziona così. Io non merito di essere distrutto da te. Sono io l’unica persona che può avere il diritto di distruggersi. Esci dalla mia esistenza. Muori tra le rovine dei tuoi sentimenti, e urla di dolore per le tue gioie. Ti auguro una vita di rimpianti per la tua felicità e di gioia per le tue delusioni. Sorridi all’alba di nuove amarezze . Vivi nel disprezzo della vita. Ama nel disprezzo dell’amore. Rinascendo in una nuova distruzione, te lo auguro davvero.

                                                                        


Scrivevo Fan Fiction. Volevo diventare una scrittrice, una giornalista che gira il mondo.

Ma chi voglio imbrogliare...
Io non sono in grado di dimagrire per me stessa. Come potrò raggiungere questi alti e altri obiettivi...

Distruzione, ancora mi rispecchi, come la notte in cui ti ho avuta. 
http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=557965&i=1

lunedì 25 luglio 2011

/-, Sembra che stasera si è fermato il mondo ,-/

Sembra che stasera si sia fermato il mondo
  
          i miei hanno litigato


Sono senza cena
                       Mi sento vuota
            Sola
Invisibile                          Senza rispetto, ne comprensione

Non sarò sola, ancora, vero?  

_)= Gru di carta =(_

"Forse pochi di voi conoscono la storia di Sadako Sasaki, una bambina che, quando il 6 agosto 1945 venne sganciata la bomba Little Boy su Hiroshima, aveva solo due anni. Nel novembre del 1954, un fastidioso gonfiore sul collo costrinse Sadako a letto per alcuni giorni. A Capodanno il gonfiore si era esteso alla faccia, e piccole macchie color porpora erano comparse sulla gamba sinistra della bambina. Il 18 febbraio del ’55 la diagnosi: leucemia. Il 21 il ricovero all’ospedale della Croce Rossa, con appena un anno di vita da vivere, prima che i globuli bianchi proliferassero impazziti nel suo sangue, portandole via l’ossigeno.
Fu Chizuko, un’amica, a regalarle l’origami: una piccola gru di carta nella quale erano racchiuse una leggenda e una speranza. Secondo una antica leggenda, infatti, chi avesse piegato mille origami raffiguranti una gru avrebbe potuto esprimere un desiderio che gli dei avrebbero esaudito. Sadako sognava di esorcizzare la morte, di sconfiggere quella sua malattia, di continuare a sperare nella Vita, la vita dell’intera umanità. La storia di Sadako terminò la mattina del 25 ottobre 1955. C’è chi dice che le sue mani si fermarono dopo 644 origami; per altri, il numero di mille fu abbondantemente superato."


Sono due giorni che faccio gru, sono un simbolo di fortuna. E per quanto io stenti a credere nella fortuna, nel destino, nella magia degli eventi, talvolta mi concedo un momento di romanticismo e costruisco una gru di carta.
Viaggio spiegata nel cibo, e non riesco a smettere. Colazioni dopo colazioni, pranzi dopo pranzi, cene dopo cene, spuntini dopo spuntini. E del ciclo nemmeno l'ombra.
Per quanto ancora questo nervosismo di dovrà attanagliare?
Ho smesso anche attività fisica, sono passata dalle 4 ore al giorno alle zero settimanali.

Continuo a ripetermi: "Perchè non puoi essere come le tue amiche che se ne fregano del cibo, che si divertono, e mangiano."
E allora anche io mangio quella pizza,

prendo quel panino,
assaggio quel cornetto,
bevo cocktails,
lecco nutella,
e frego le merendine quando faccio i piatti.

Cosa devo fare?
Sono una perdente. Avevo promesso a Gaia che mi sarei impegnata di più, che mi sarei concentrata su me stessa.
Avevo promesso a me che mi sarei distrutta, costruendomi.

Invece alle volte, pur sapendo di sbagliare, mangio per farmi del male.
Apro volontariamente la bocca, consapevole del male che mi faccio.

Il mio stomaco si ribella, e ho continui crampi per il troppo cibo, che ormai non ero più abituata ad ingerire. A fagocitare.

Mangiare è un'azione volontaria che presuppone un fermo nel momento in cui ci si rende conto di essere sazi, o di stare esagerando.
Io non mi limito a fermarmi, arrivo a livelli di nausea da cibo talmente forti che sento lo stimolo al vomito, ma continuo a masticare. 
Fagocito. 

Non penso ad altro se non alla cena o al prossimo spuntino.
La mattina non mi peso più, la bilancia è lì, ma evito di guardarla, e volo a fare colazione.
Ho smesso di pesare tutto, ho smesso di scrivere ciò che mangio. Ho smesso di contare i giorni che mi separano dal compleanno di 18 anni. Ma sono comunque convinta di farlo, anche se non perderò i 7 kg. dove sono i miei obiettivi?

Cosa credo di ottenere se continuo così?!
Trova solo giustificazioni la mia mente.

Voglio volare con le mie gru di carta, loro sono le mie uniche compagne.
Io sono carne, sangue e grasso.
Potremmo mai andare d'accordo? 









Amy, la vita ti aveva donato bellezza e una grande voce. Ma il Mondo gira al contrario, e tu, che volevi girare a tuo modo, soffrivi. Giustificarti è impossibile, la distruzione è imperdonabile se si ha un grande dono come il tuo.
Ero legata a te, perchè la tua voce mi faceva venire i brividi, ed è ancora in grado di farlo. 
Poco conta il Mondo, se è in grado di fare ciò che ha fatto a te. 
Ora prova ad essere felice.
  •  
    "Mi piacciono le pin-up. Mi sento più uomo che donna. Però non sono lesbica, non prima di una sambuca comunque."

  
 

venerdì 22 luglio 2011

Ragazze qualcuna di voi gestisce questa pagina su facebook:


Ci cadono in testa le stelle inchiodate male.

...L'ultima nota ha una frase presa dal mio blog... 
Sono onorata ma non voglio che escano mie frasi con altri nomi, famosi come Milan Kundera.

Baci Girls :*

giovedì 21 luglio 2011

;_* Dimmi cosa bevi *_;

Con il fior de la bocca umida a bere
ella attinge il cristallo. Io lentamente
le verso a stille il vin dolce ed ardente
entro quel rosso fiore de ‘l piacere;
e chinato su lei, muto coppiere,
guardo le forme dilettosamente:
la sua testa d’Ermète adolescente
e la sagliente spira de ‘l bicchiere.
Or, poi che le pupille a l’amorosa
concordia de le due forme stupende
io solo, io solo, io solo ho dilettate,
godo infranger la coppa preziosa;
e improvviso un desìo vano mi prende
d’infranger le membra bene amate.       G. D'Annunzio






Angelo Azzurro


Blue Lagon
Bmw
Bronx
Capirinha
Cubalibre
Americano
Garibaldi
Manhattan
Mojito
Orgasm
Sambuca Flaming
Serate d'estate, serate che nel mio piccolo paese sul mare sanno di pizzetta da 0,80 centesimi e cocktail a non finire. 
Ma la mia bilancia mente, sono ingrassata di soli 600g e invece credevo di un paio di kg. I grammi li perdo con facilità, basta un mantenimento ferreo.

Dimmi cosa bevi...
No, non posso dirti chi sei.
Non so nemmeno chi sono io...

lunedì 18 luglio 2011

'°-L'insostenibile leggerezza dell'Essere-°'

"La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura."

E' con la paura che mi difende dalla voglia di cadere giù, e far finire così un'esistenza che per i miei gusti si protrae fino all'inverosimile. Riesco a stento a credere che giusto quel poco di autocontrollo vada in ferie nella fase pre-mestruale.
Cerco di essere leggera, cerco di pesare meno, ma penso troppo, mangio troppo, e mi convinco sempre di più che io sia la cosa più pesante nell'intero mondo. Anche la Luna, che durante queste notti mi ha tenuto compagnia, sembra eterea nel suo manto di luce.

"Gli estremi significano i confini oltre i quali la vita termina, e la passione per l'estremismo, in arte come in politica, è un desiderio di morte mascherato."


Si salva solo chi è perso, solo chi è codardo, solo chi è leggero.
Volano i miei pensieri pesanti e grava la mia anima leggera, resto inchiodata a ciò che sono e fisso un foglio con su scritto *ObBiettivi*.
Parlare non è mai facile, ma non impossibile. Mi chiudo a riccio e credo che solo Gaia può capirmi. Eppure lei, capelli rossi, occhi verdi, lentiggini ovunque ha la leggerezza del suo spirito che al di là dei 90 kg di corporatura, la rendono ben accetta.

"Così come la luce, anche il buio lo attira." 

Essere, mi costringe a fissare uno specchio, (Troppo stanco di morirmi sempre addosso), Essere mi costringe a spegnere la mia luce e a inchinarmi davanti a chi brilla di buio, chi brilla di luce riflessa e chi invece splende ai raggi del sole.
Essere mi opprime, mi picchia, invita la mia anima ad urlare di rabbia.
Mi mostra la leggera realtà, e mi tira pizzicotti sull'incosistente pesantezza.

(Consiglio a tutte "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera) 
 (Sono 4 giorni che non mi peso, e non faccio sport)
(Sono nascosta dietro la leggerezza delle immagini che trovo)

mercoledì 13 luglio 2011

)^] Pugno vuoto[^(

Ogni volta che mi guardi
perdo peso e mi disarmi
stacco i piedi dalla terra
mi sospendo a mezz’aria


Resti sempre sei miei pensieri. 
Ma G. è diverso, sembra che dietro il suo sorriso ci sia un baratro di dolcezza, di timidezza, di forza.
Anche R. o come diavolo si chiama, è corpo, è lussuria, è piacere estetico, è puro tatto. E' un brivido.
C. vederlo e sapere che lui sa, mi fa pensare a Ren. Al suo sguardo di rimprovero verso i miei complessi verso il mio corpo, al menefreghismo di fronte al mio compleanno, alla superficialità di certi giudizi, al suo modo spocchioso di parlare, al suo nascondere verità. Al suo unico interesse: se stesso e i suoi ormoni.
C. è uguale a lui, occhio gelido, bellezza fisica, corpo ottimale. Sicurezza sprezzante. Perfetto protagonista di sé.

Cosa so io di loro?
Loro sono solo immagini, figure che si tramutano in diavoli, mi torturano e mi fanno sentire vuota, falsa, finta. Corpo, enorme corpo che si muove, ingombrante di uno spazio che non mi appartiene, che non voglio. 

 
La pesantezza, l'ingombranza, la corporeità. Non dovrebbero esistere, non possono essere bellezza. 
Il bello è leggero, aleggia su di noi, è irragiungibile perchè sfugge, scappa, sfida la gravità. Il pesante è solo fastidio, nulla più.
Ostento magrezza, ingerisco noia e carboidrati. 
Cerco il sole, sono abbronzata. Vado al mare e mi sforzo di essere leggera.

Sono scoppiata solo ieri sera. Non ho voglia di vestirmi, non so cosa mettere, non ho voglia nemmeno di pensarci. Pantaloncini neri, maglia bianca. Ballerine.

Scollego le comunicazioni e per ingannare, relativamente, la fame. Diluisco i dispiaceri leggendo.
E li ritrovo a guardarmi, mentre mangio, mentre scelgo qualcosa da mettere per uscire, mentre incontro qualcuno che mi guarda. E entro nel silenzio cupo.
Mi irrito quando mi incontrano e mi dicono "Sei la metà di com'eri!"
Perchè non è vero. I numeri non scendono, e mi guardo.


Cosa so io di me?

Leggeri è chiudere la mano e avere solo un pugno vuoto.

giovedì 7 luglio 2011

°]La settima notte[°

Tanti e tanti anni fa c'era un luogo che ai giorni nostri viene chiamato Via Lattea. Questa era suddivisa in due mondi: uno di essi era abitato dagli esseri umani e l'altro era la regione riservata alle divinità.

Il mondo degli uomini era ad occidente, mentre ad oriente c'era il mondo delle divinità, e non c'era mai modo d"incontrarsi tra gli uni e gli altri. Nella zona occidentale viveva un giovane bellissimo chiamato Kengyû, che conduceva ogni giorno le mucche al pascolo essendo il suo mestiere quello di mandriano e, praticamente, passava le sue giornate con loro.

Nella zona orientale, dove vivevano le divinità, c'erano le sorelle della splendida Orihime che, insieme a lei, tessevano abiti preziosi. Orihime era la più giovane delle sorelle ed oltre ad essere straordinariamente bella aveva un'abilità eccelsa nell'arte della tessitura. Kengyû ed Orihime vivevano ciascuno nella zona riservata a loro nella vastissima Via Lattea.

Un giorno, tuttavia, Kengyû con le sue mucche stava percorrendo i prati del cielo e, senza accorgersene, si trovò nella zona orientale della via lattea. Proprio in quel momento Orihime e le sue sorelle stavano facendo il bagno dopo che avevano deposto sui rami degli alberi i loro splendidi kimono di seta. Kengyû rimase affascinato dalla figura delle belle sorelle e non sapeva che erano delle divinità. Era una vista incantevole. Kengyû era soprattutto attratto dalla più giovane delle sorelle e il suo cuore venne rapito dalla sua bellezza. I suoi occhi erano quelli di un giovane che per la prima volta era illuminato dal fuoco dell'amore.

Una delle mucche, che lo stavano osservando in quello stato, gli sussurrò a bassa voce in un orecchio:

" Kengyû, e se portassi via il kimono di quella ragazza…?"

Appena a Kengyû arrivò questo suggerimento, prese i vestiti di Orihime dal ramo dell'albero dove erano appesi e, proprio come la mucca aveva proposto, li nascose dietro ad un masso di roccia.



Appena Orihime uscì dall'acqua del fiume, andò in cerca dei suoi vestiti e fu molto sorpresa e preoccupata nell'accorgersi che il suo kimono non c'era più.

Alle sorelle, senza farsi accorgere di essere senza vestiti:

"Verrò da voi più tardi", disse e si acquattò nuda in quel posto, dal momento che senza il kimono di seta non riusciva a volare.

A un certo punto sentì una voce di dietro che la chiamava.

"I tuoi vestiti sono qua. Prima, però, ho un favore da chiederti".

Voltandosi in direzione della voce appena ascoltata, Orihime vide il giovane che stava in piedi e gli mostrava le spalle.

"Mi piacerebbe se tu diventassi mia moglie", disse Kengyû, sospinto dall'amore.

"Io devo tornare al cielo".

Il giovane si voltò a guardare il volto di Orihime che aveva nascosto il corpo dietro la roccia.

"Mi piacerebbe che tu diventassi mia moglie".

Nel vedere il viso di Kengyû, la sua figura virile e il bellissimo sguardo, Orihime sentì il cuore battere d'amore per lui e decise di accettare la sua proposta.

In cuor suo, comunque, c'era anche la speranza di riavere il suo kimono.



Dopo non molto tempo, ai due nacquero una bambina e un bambino. Orihime, nel frattempo, non era tornata neanche una volta a casa e viveva con Kengyu che si sentiva felice. Anche i fanciulli, che erano loro nati e che erano circondati dall'affetto della dolce madre e da quello del padre, erano ugualmente felici

Una divinità femminile che viveva sulla montagna di Konron, quando venne a sapere che Orihime viveva nel mondo degli esseri umani e che, anzi, aveva perfino dato vita a dei bambini con un uomo, s'infuriò e digrignò i denti. Era, infatti, gelosa di quanto stava accadendo ad Orihime.

"Non lo si può permettere. Porta indietro Orihime il più presto possibile!", disse al messaggero che aveva mandato dal cielo e così a forza costrinse Orihime a tornare nel suo mondo.



Kengyû ed i bambini che erano stati lasciati da soli vivevano tristi e continuavano a piangere. Non potevano, tuttavia, andare avanti così, piangendo tutto il giorno. Kengyû, allora, mise i bambini in una cesta che si caricò sulle spalle e incominciò a camminare dirigendosi verso la zona orientale della Via Lattea.

Dopo giorni e giorni di cammino, finalmente arrivò all'estremità della Via Lattea. Stranamente, però, del fiume della Via Lattea non si vedeva neanche l'ombra. Dal posto in cui si trovava Kengyû si vedeva questo fiume molto ma molto lontano.

La dea aveva spostato il fiume in un luogo più elevato per impedire a Kengyu di vedere Orihime. Questi, lontani l'uno dall'altra, vivevano nella tristezza e versavano abbondanti lacrime perché non riuscivano a incontrarsi.

Il padre ed i bambini tornarono a casa e continuavano a piangere guardando il fiume della Via Lattea che si era spostato molto più in alto e lontano. Vedendoli così afflitti, una mucca si mosse a compassione e avvicinatasi bisbigliò al loro orecchio:

" Kengyû, se io muoio, tu potrai fare una giacca con la mia pelle e, con essa, sarai in grado di salire fino al fiume della Via Lattea".



Dopo aver pronunciato queste parole, la mucca esalò l'ultimo respiro e Kengyû pianse doppiamente al pensiero che essa aveva compreso il suo stato d'animo e, a costo della sua vita, aveva cercato di rendere possibile la realizzazione del suo desiderio.

Fece subito una giacca con la pelle della mucca morta, la indossò e si incamminò, senza perdere tempo, verso il fiume della Via Lattea, con i bambini in una cesta posta sulle sue spalle.



Padre e figli arrivarono alla Via Lattea mentre le stelle risplendevano in tutto il loro fulgore. Era una vista meravigliosa. Kengyû era eccitato e fuori di sé al pensiero di poter vedere sua moglie ed i bambini cominciarono

A questo punto, la dea che stava osservando la scena andò su tutte le furie per la gelosia. Divise il fiume della Via Lattea, con la sua forcina, tirando una linea in modo da rendere impossibile l'attraversamento per il padre e i figli.

Per l'ira della divinità, l'acqua del fiume crebbe a dismisura e tutta la Via Lattea si allagò per questa ragione. Il padre ed i bambini furono presto circondati dalle acque e quasi stavano per affogare, ma non rinunciavano alla loro impresa.

"Papà, tiriamo su l'acqua dal fiume e prosciughiamolo. Quando l'acqua sarà poco profonda, potremo attraversarlo e così abbracciare la mamma".

Kengyû seguì il suggerimento dei figli e cominciò ad attingere l'acqua con un mestolo gettandola fuori dell'alveo del fiume. Lavorava con tutte le sue forze perché l'acqua del fiume potesse scomparire rapidamente. Quando il padre si stancava la bambina prendeva il suo posto, e quando lei si stancava subentrava il fratellino: lavoravano così a turno per attingere l'acqua e svuotare il fiume. La dea che li osservava fu mossa a pietà e:

"Smettete di attingere l'acqua del fiume. Da questo momento i bambini possono vivere con la loro madre. Farò, poi, in modo che Kengyû possa incontrare Orihime il settimo giorno del settimo mese. Una sola volta all'anno, però!"

Appena Kengyû ebbe ascoltato queste parole s'inginocchiò ed espresse la sua gratitudine alla divinità.

Da allora in poi, Kengyû ed Orihime possono incontrarsi ogni anno proprio al centro della Via Lattea il sette di luglio, rinnovando la propria gioia e versando allo stesso tempo tantissime lacrime.

Anche ai nostri giorni la Via Lattea, nelle notti d'estate, risplende bianca e bellissima: su ambo i lati possiamo notare due stelle brillanti che sono Kengyû ed Orihime. A fianco di Kengyu, poi, si trovano due piccole stelle. In esse si possono riconoscere i loro due bambini.







Questa è la Settima notte e domani lui sarà maggiorenne.

Io navigo nel mare del cibo, del rimpianto, della tristezza, e mentre scivolo, sento di aver bisogno d'ordine.
Non posso concentrarmi senza ordine, dentro e fuori me.
Sento di ingrassare e ho nascosto la bilancia. Vado al mare e sento gli occhi addosso a me, fissi, pieni di disprezzo. O pieni di nulla.
Anche il sole che bacia la mia pelle, sembra invece che voglia solo renderla più putrida di com'è. Di come io la percepisco.

Voglio un Tanzaku, e il mio albero del Tanabata. Finalmente sarò felice. Forse.

Gli ho parlato e non ha capito nulla.
Mi ha detto "Tu eri arrabbiata per non so cosa comunque. U_U" davvero complimenti. Giugiu ora sminuisce la sua rabbia. 
Non voglio che sia solo invidia, rimpianto, rimorso. 
Voglio che sia Odio.
Voglio solo che il 15 arrivi e vada via presto. Dovrei regalagli quel quadro che ho visto.
Ci scriverei solo:
Visivo.


Non voglio finire da sola. Ma ora sto male e bene così.



Come se qualcuno mi tirasse tanti pugni allo stomaco. Come quel pianto che non scende.


mercoledì 6 luglio 2011

#_I Diamanti_#

"Il modo più sicuro per toccare il cuore di una donna sono i diamanti!"
"Diamanti?!... Con i diamanti finanziano le guerre civili in Africa, noi non ci abbindoliamo a discapito del sangue africano."

Le ha regalato un diamante, un piccolo, innocente diamante.
E con un bigliettino.

Dicono che un diamante è per sempre. Spero che così sia per il nostro amore.



Mio dio, ormai non dovrei più soffrire per lui. Lui non è mai stato nulla di più che parole, sguardi e innocenti silenzi. C'è solo un peluche. Solo frasi scritte qua e là. Non voglio invidiare lei, la sua amica, loro. 
Ma sembra che tutto ciò che io ho tra le mani sia nulla, sia vuoto, sia stupido.
Sia grasso.
E' come se la percezione che io ho di me sia meno della percezione che riservo per gli altri. un po' come diceva Pirandello in "Uno, nessuno centomila". Tutti abbiamo una percezione di noi stessi come Uno, ma lo specchio stesso mostra qualcosa che è assolutamente distante da ciò che noi sentiamo di essere, e che per noi è Nessuno. Ma arrivati a questo ci rendiamo conto che chiunque incontriamo sulla nostra strada, sia che lo conosciamo, sia che sia un perfetto estraneo, una persona di passaggio, solo un amico occasionale, si forma di noi un'idea che ci identifica e che non è mai la stessa. Ora non siamo più l'Uno che noi crediamo o pensiamo di essere. Non siamo più il Nessuno che è lì nello specchio. 
Siamo i Centomila che si affacciano da ogni singola persona che incontriamo.

Ecco vorrei che sapessero cosa io penso di loro.
Perché mi rendo conto che da una superficiale (Lei) non posso aspettarmi nulla, e nonostante io tenga a lei, lei non ripaga, o ripaga in parte. 
Ma lui è stata la delusione più profonda, lui, tanto filosofo e tanto genio, tanto pensatore e tanto devoto, tanto sensibile e tanto duro, tanto menefreghista e tanto capace di percepire lo stato d'animo di chi lo circonda, si è dimostrato solo 
Uno dei Centomila Nessuno.
E lo ha dimostrato con un solo Diamante.





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